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Mindfucking & Guru

Categoria:  Articolo

13 Marzo 2015

Io tengo dei corsi di Mindfucking.

Eppure, capiamoci subito, ho una pessima considerazione di chi cerca una guida in altri e di chi si offre come guida per altri. Ecco perché:

Coaching. È un po’ di anni oramai che va abbastanza di moda questa parola. Molti conoscenti mi hanno chiesto: perché non offri servizi di coaching? Si guadagna bene, e tu saresti perfetto per farlo. Ecco, non lo faccio per un semplice motivo: il coach è una persona che si carica del peso che dovresti smazzarti da solo e ti crea scorciatoie con cui arrivare ad un cambiamento nella tua esistenza. Funziona, eh, se uno è in gamba a farlo. Ma ci sono almeno due aspetti che non mi piacciono in questa dinamica: primo, io ho i *miei* imbrogli che fatico a smazzarmi, legati alle *mie* debolezze, paure, insicurezze, dubbi, necessità e me li smazzo a tempo pieno. Non ho alcun desiderio di accollarmi i *tuoi* di alibi per smontarteli *a tempo pieno*. Certo, posso farlo talvolta, occasionalmente, quando mi va e quando c’è occasione, e posso farlo tanto in cambio di una birra o di un pompino che di un sorriso o semplicemente della mia soddisfazione nel farlo. Ma di farlo come *un impegno con te* non se ne parla proprio: se volevo un cane, adottavo un cane. E questo è il secondo aspetto che non mi sconfiffera per niente del coaching: la dipendenza reciproca.

Il coach è chi ti fa fare il lavoro che dovresti fare tu da solo. Peccato che il risultato non stia nel *fare quel lavoro* ma nel *decidere di farlo* perché è *decidere di farlo* che ti rende proprietario dei frutti che ottieni. Se è stato qualcun altro a *decidere di fartelo fare*, quando vorrai di nuovo fare un passo avanti, tornerai dal coach perché tu non hai mai *deciso*, nemmeno sai come si faccia e se anche lo sai, non hai nessuna voglia di farne la fatica. Insomma il coach compiace la tua pigrizia, o la tua codardia, in cambio di un modello di soddisfazione che crea dipendenza.

Io non credo che dai rapporti di dipendenza possano nascere indipendenze. Noi cerchiamo ciò che risponde alle nostre esigenze, questo mi pare lapalissiano. Chi cerca un coach non *vuole* assumersi l’onere di cambiare la sua esistenza, o di possederla, altrimenti cercherebbe spunti, stimoli, provocazioni: non guide.

Sia chiaro: non sto dicendo che considero una cazzata fornire ad altri occasioni di riflettere, spunti per rielaborare, provocazioni che portino a mettersi in discussione. Così come non sto dicendo che una persona non possa essere utilissima ad un’altra persona per evolvere. Dico però che questo può avvenire anche scambiando due chiacchiere con un barbone che ti mostra che può essere felice anche senza alcun successo sociale; con un innamorato consapevole che ti spiega che anche se soffre per una specie di illusione, questo motiva e colora la sua esistenza; con un misantropo convinto che ti fa riflettere su quanto i rapporti sociali possano essere degli alibi per evitare di affrontare proprie paure. Intendo dire: *qualsiasi comunicazione* può offrire spunti evolutivi.

Diffido però istintivamente delle forme “codificate” di guida o sostegno evolutivo, dal prete allo psicologo, dal coach al guru, perché se si rende *formale* il passaggio di strumenti evolutivi si configura la condizione di *dipendenza* di un rapporto verticale. Cercarlo, od offrirlo, in maniera codificata e non spontanea od occasionale implica l’assegnazione di *ruolo* reciproco. Ho peccato padre, mi assolva. Non accetto la paura di morire, psichiatra, mi risolva. Tradisco mia moglie e affogo nel senso di colpa. Non ho fiducia nelle mia capacità e dunque arredo continui fallimenti. Spendo un sacco di energie nel cercare lo scontro per misurarmi e così facendo mi creo un ambiente ostile tutto intorno: mostrami la via ed evolvimi.

Beh, non funziona così: l’evoluzione vicaria è un noleggio a breve termine. E, per me, un pessimo affare.

Eppure, io tengo corsi di Mindfucking.

L’ho detto fin dall’inizio eh, nessuna sorpresa qui. Come concilio quel che ho appena affermato con questa mia attività? Molto semplicemente: io non insegno un bel niente. Offro provocazioni, offro spunti, offro possibili interpretazioni a chi ha voglia di trovarne un po’. Descrivo la percezione di realtà condivisa che tutti possano comprendere, la smonto e la rimonto in diretta, mostrando *come si fa* e soprattutto, che *si può fare*. Questo è quel che faccio.

Però a chi mi chiede: “come risolvo questo mio problema?” rispondo che sono affari suoi, non miei. Non solo non *voglio* risolvere i problemi degli altri, ma nemmeno *posso* farlo, perché un problema è tale nella misura in cui lo consideri tale e l’unico che può cambiare questa percezione è chi lo ha eletto a “problema”. E lo ha eletto a “problema” perché risponde ad una sua necessità. Sottolineo: *sua*, non *mia*. Se facessi il coach, mi calerei nel *suo* mondo percettivo, lo rigirerei come un calzino, troverei un meccanismo buono per cambiarne le regole percettive e poi indurrei il mio cliente a adottare quel metodo. Hey: sono in gamba, funzionerebbe, posso garantirlo. Peccato che lui non avrebbe risolto un bel niente, perché di sicuro eleggerebbe altre cose a “problema” con cui quel che gli ho passato non funziona più, e tornerebbe da me a chiedermi un altro consulto. Si chiama dipendenza, ed è la stessa identica cosa che succede con lo spacciatore di droga. Inoltre, funziona nelle due direzioni: la dipendenza è reciproca. Il tossico necessita dello spacciatore, ma lo spacciatore necessita del tossico. Ecco, no grazie: non mi interessano le dipendenze, non mi piace la codardia esistenziale e meno di tutto mi piace l’idea di fornire alibi a pagamento.

Io spiego i meccanismi, spiego come funzioniamo, come creiamo e come modifichiamo le percezioni di realtà e identità. È un lavoro impegnativo, gestire le proprie percezioni, e richiede responsabilità. Significa decidere in che mondo vogliamo vivere. Significa decidere che persone vogliamo essere. Significa assumersene la responsabilità. Significa essere il proprio dio.

Io mostro come si fa, mostro come funziona, insegno che *si può fare*, ma non lo faccio per gli altri: ciascuno deve farlo per se stesso.

Credetemi sulla parola: non ci tengo ad avere discepoli. Già essere il mio dio a tempo pieno è un lavoro estenuante.

Stefano Re
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