LaVeritah

E tu, ce l’hai LaVeritah?

Categoria:  Articolo

20 Dicembre 2020

La premessa è semplice: ciascuno di noi, che lo sappia o meno, definisce tanto la realtà in cui esiste quanto la propria identità. Lo svolgimento è drammatico: rendersene conto implica assumersene responsabilità, ed è faccenda alquanto scomoda. L’esito è tragico: la stragrande maggioranza delle persone nemmeno sa di che si tratti. Quasi nessuno ne assume consapevolezza. La maggior parte di chi vi si affaccia arreda in fretta e furia alibi e dinamiche più patetiche che perverse dietro cui nascondersi, e tra quei pochi che giungono ad un buon livello di consapevolezza, moltissimi perdono la bussola e diventano dei fanatici possessori, spacciatori quando non feroci guardiani de LaVeritah. Qui di seguito azzarderò una tragicomica disamina delle modalità umane alle prese con questo magico, affascinante e spaventoso carosello.

Il bestiame umano

Abbiano pazienza gli animalisti ed improbabili, eccezionali, esemplari di pecore, capre, mucche o altri animali che avessero raggiunto l’autocoscienza, ma questo è il nome che simbolicamente appioppo alla massa di esseri umani che vivono nella completa ignoranza dei propri processi percettivi. Sono coloro che non solo non si pongono domande su come giungano a interpretare la realtà o la propria identità, ma nemmeno hanno consapevolezza di essere loro stessi a decidere quali caratteristiche attribuire a queste due immagini concettuali. Se non riesci a comprendere niente di quanto appena descritto, al solo provarci avverti un perfido mal di testa e la tua mente formula insistentemente la frase “sono solo seghe mentali”, vi è una elevata probabilità che tu appartenga precisamente a questa categoria. Sei il tipo di individuo per cui esistono sitcom tanto stupide da esibire risate preregistrate dopo le battute degli attori: le hanno inserite per indicarti quando devi ridere, perché da solo non sei capace di decidere nemmeno quello.

Il Cagasotto esistenziale

Ci sono fondamentalmente due strade per giungere alla consapevolezza percettiva: una innata e crudele propensione all’intuitività, oppure “la facciata”.  La prima strada l’avete capita (e se non l’avete capita tornate nel bestiame), la seconda in sostanza è un trauma. Un evento, piccolo o grande per il resto del mondo, che è però enorme per te. Un trauma che ti costringe a ridefinire il modo in cui vedi l’universo e te stesso. Ed ecco che ti rendi conto che il mondo non è così o cosà, ma che lo vedi tu così o cosà. Che sia l’una o l’altra strada, facciata o intuizione, subito dopo arriva la legnata: se lo vedi tu, se lo definisci tu, allora è colpa (o merito) tuo – anche se il mondo ti fa schifo, e spesso ti fa schifo. Questo è il primo bivio tra chi prosegue (e facilmente si ficca in guai peggiori) e chi molla subito il colpo per fermarsi qui, tra i cagasotto esistenziali. Sono quelli che uno sguardo oltre il fosso ce lo han buttato, han capito che era dura e da allora vivono cercando di mimetizzarsi col resto del bestiame. Li sgami perché non hanno lo sguardo ottuso come gli altri animali da gregge. C’è un riverbero intermittente di acuta disperazione nel loro sguardo. Lo vedi baluginare anche mentre belano in coro, cercando di sembrare convinti persino a se stessi.

L’entusiasta esistenziale

Questa condizione è probabilmente la più bella tanto da osservare quanto da vivere. È quella in cui un individuo ha appena fatto il balzo, ha accettato che ci sarà un bel peso da portare, e scopre anche l’immenso potere che accompagna questa presa di responsabilità (ehi, sceneggiatori di Spiderman, vale anche al contrario, sapete?). Scopri che non esistono confini se non quelli che accetti e definisci tali, ti senti un po’ Harry Potter e un po’ Neo, saltelli in giro rigenerando ogni immagine e concetto del tuo universo percettivo per metterti alla prova e tutto quanto diventa un enorme parco giochi. Insomma, sperimenti te stesso e le tue possibilità traendone ogni possibile soddisfazione, come un adolescente alla scoperta dell’autoerotismo. Sì, son momenti fantastici, questi. Per un poco, almeno. Poi capisci che l’euforia è parte del cambiamento come lo è il dolore che la precede. Tutto si riassesta e torna ad essere “normale” – solo che ora è il tuo “normale”, non più quello definito da altri.

Ma allora gli altri, dove li mettiamo? Come si conciliano le tue esigenze percettive ed esistenziali con quelle di altri individui, gruppi, masse? Individui, gruppi e masse che oltretutto possiedono livelli di consapevolezza e capacità di gestione percettiva mediamente nulli? E qui, come per l’ambito sessuale, iniziano altri guai.

L’eremita esistenziale

Qualcuno decide che gli altri non esistono. E se anche esistono, lui non ne vuol sapere più un cazzo. Si piazza in una propria realtà, e non gli cambia una sega se viva fisicamente a Napoli centro, in una cella affollata o sulle vette dell’Himalaya – la sua realtà se la arreda da solo, e lascia agli stimoli esterni ben poca autonomia. Potrei fornire riferimenti alle 101 storie, al castello della memoria, scomodare persino Lecter (cioè, Harris) ma tutto questo è solo sfoggiare un vezzo, abbiate pazienza. Ad ogni buon conto, si tratta di una scelta molto zen, che ammiro moltissimo e cui ho assai aspirato, e mi inorgoglisce averne raggiunto traguardi considerevoli, anche se per periodi di tempo più o meno limitati. Il lato positivo di questo modello è la serenità che si raggiunge, almeno quando si è in grado di rappacificarsi coi propri incubi. Perché quelli non restano certo fuori col resto dell’universo, ovviamente. Il lato negativo è la rinuncia di partecipare al flusso collettivo della vita, che ti priva dell’imprevedibile. Insomma: se giochi da solo, è difficile stupirti. Non che gli altri ci riescano troppo spesso, eh. Però, insomma, almeno talvolta accade.

Il missionario esistenziale

C’è chi decide che quel che ha scoperto è oro, e si sente bene solo all’idea di condividerlo col resto della bisognosa umanità. Non cambia davvero molto se lo fa in veste francescano-pauperistica, girovagando a dispensare consigli e ammonimenti gratuiti, se lo fa sentendosi Gandalf che offre consiglio per guidare le genti verso un futuro migliore o se invece mette in piedi scuole di biodanza sciamanica con rate di iscrizione del terzo tipo: il meccanismo esistenziale che vi sottende è lo stesso. È in molti casi una opzione degna di lode e ammirazione, e sono di nuovo orgoglioso di averla perseguita, a mio modo, ottenendone non poca soddisfazione. Il dramma dietro l’angolo è che ci si affeziona con grande facilità all’idea di sentirsi dei “saggi”. Ed è un attimo scordarsi che nessuno può davvero insegnare niente di esistenziale a qualcun altro: ciascuno può solo scoprirselo da solo. Insomma, chi dispensa saggezza, lo fa perché ne gode, non per “gli altri”. E chi si mente su questo punto, raccontandosi di farlo “per gli altri”, può diventare pericoloso, anche se raramente produce danni gravi quanto il modello seguente.

Il nazista esistenziale

Tra chi acchiappa un qualche brandello di consapevolezza, il modello “nazista”, complici negli ultimi anni le spaventose dinamiche percettivo-comunicative scatenate dai social media, spopola proprio. Parliamo di quelle persone che dopo aver vissuto nella confusione esistenziale per pochi o tanti anni, scoprono improvvisamente una qualche fonte de LaVeritah, e può trattarsi davvero di qualsiasi cosa. Tanto de LaScienzah spacciata al kilo da PieroAngela&C. quanto del marxismo riletto in tutte le lingue del mondo; dei deliri a cottimo di riviste prostituite come Wired o di riflessioni inutilmente polemiche sui social livello Scanzi; di fantasmi pseudomistici che intrecciano filosofia e religione, confuse profezie balbettate da qualche rabbino dal nome impronunciabile o, perché no, della magica risonanza sanificante degli alberi. Diamine, c’è stato persino qualcuno che a questo ruolo ha eletto le più elementari riflessioni di Stefano Re!

Imprigionato dalla paura

Qualsiasi sia la sua fonte, per il nazista esistenziale essa diventa la bibbia suprema, la legge universale scolpita nella roccia eterna. E naturalmente egli sente l’inevitabile necessità di farsene paladino, tanto nel difenderla quanto – ahimè – nell’imporla. Il nazista esistenziale, esattamente come accadeva ai fanatici seguaci di Hitler, coltiva la propria patologica esigenza di conferme esterne, ed è talmente instabile da necessitare regole ferree, obblighi e sanzioni che sostengano e dichiarino universalmente la validità delle sbarre della prigione mentale che si è costruito. E naturalmente, condanne esemplari per chi vi sfugga. Solo nel sangue e nel sacrificio delle vittime ritrova una parvenza di serenità, perché solo così allontana temporaneamente il terrore di vedere la sua verità frantumarsi.

Da solo riesce al massimo a rovinare un po’ di vita a chi abbia la sfiga di trovarselo accanto e non riesca a scrostarselo di dosso. Ma quando questa patologia percettivo-esistenziale prolifera e infetta intere mandrie di bestiame umano, si creano le premesse di una catastrofe di proporzioni bibliche. Esattamente come quella che stiamo vivendo.

Minuscole verità

Lo so, qualche furbone affetto da social idrofobia commenterà “anche la tua è LaVeritah!”. Probabilmente in forma ancora più sgrammaticata e quasi certamente senza aver finito di leggere un solo paragrafo di questo articolo. Mi dispiace, sinceramente, per costoro. A chi invece abbia letto fin qui voglio ricordare che, come ho già scritto tante volte, io non credo esista alcuna Verità. Credo esistano moltissime verità, invece, tutte con la minuscola. Ritengo esista una verità per ciascuna mente in grado di pensare, attività accessibile a chiunque ma purtroppo estremamente rara.

In effetti, preferisco parlare di “opinioni” che di “verità”. Le opinioni si possono maneggiare, riassemblare, modificare. Non mordono, non pretendono l’esclusiva né vogliono a tutti i costi comandare chi le supporta, come succede con le verità. Alla fine, sempre questo è il punto: preferisco definire le mie opinioni che venire definito dalle mie verità. È, come sempre, una questione di responsabilità.

Stefano Re
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