Il Blog di Stefano Re

Credere o non credere?

La credibilità è una moneta che viaggia sull’emozione, non sulla razionalità.

Nessuno cambia idea per motivi razionali, mai, nemmeno io e te. I motivi razionali li strutturiamo a posteriori, quando abbiamo già deciso di cambiare idea, per non sentirci troppo dei coglioni. Proprio come cerchiamo motivi per rompere con un partner quando in realtà abbiamo già deciso di farlo. E se non li troviamo, li creiamo noi stessi.

Il mal di pancia è la chiave

Per avviare un cambiamento ciò che serve è scatenare il mal di pancia. Il resto le persone lo fanno da soli: come sa benissimo chi lavora sui processi di modificazione percettiva di massa, faticare a fornire informazioni perfette per un target o un altro è inutile. Chi prova il mal di pancia, poi passa alla razionalità e se le cerca da solo, le informazioni che lo soddisfino meglio, i dati che gli forniscano supporto adeguato all’idea che vuole avere di se stesso.

In cerca di conferma

In questa fase di “creazione delle motivazioni razionali”, per chiudere un rapporto ad alcuni basterà ingigantire una incomprensione qualsiasi per concludere che “siamo troppo diversi” o che “ci abbiamo tentato in ogni modo“. Per altri serviranno ragioni più eclatanti o più profonde, come un tradimento più o meno reale oppure complicati e oscuri problemi di comprensione e condivisione delle priorità di vita.

That’s science baby!

Allo stesso modo, per cambiare idea su questioni politiche, culturali, sociali o di attualità, ad alcuni basteranno articoli in italiano approssimativo o post pieni di punti esclamativi ed icone colorate. Per altri servirà la parola di qualcuno che amano senza conoscerlo, anche fosse solo perché prende a calci una sfera di cuoio o cucina in TV. Altri ancora avranno bisogno di leggere articoli di giornali incensati o titoli del telegiornale. E c’è chi troverà necessari studi scientifici immacolati, lodati da Enti Supremi, o magari censurati ovunque e nascosti da BigPharma. È solo questione di gusti: il processo non cambia. Abbiamo tutti solo bisogno di giustificare quel che ci serve credere, trovando motivi convincenti per crederci.

L’imbeccata

Ma se non è fornendo studi, ricette, spiegazioni e motivazioni logiche che si spinge qualcuno a credere qualcosa, allora come si fa? Lo avete visto tutti come si fa: la Lorenzin va in TV e strilla: “270 bambini morti a Londra l’anno scorso!” Non è vero, è una balla, ma cosa importa? A chi importa? Il messaggio mira a stimolare la paura atavica della malattia, l’istinto di protezione della prole, la necessità di sentirsi al sicuro, il desiderio perenne di sentire che le “Grandi Forze” ti “liberano dal male”. Intercedi per me, salvami dall’apocalisse! È un messaggio di influenza sociale assolutamente perfetto. Della credibilità importa sega: non serve.

Giochiamo tutti

Ma non occorre essere ministro della salute per scatenare il mal di pancia e catalizzare un cambio di prospettiva. Sui social qualsiasi messaggio che diventi virale, non importa quanto “vero” e neppure quanto “credibile” possa apparire, può sortire lo stesso effetto. Può sfruttare gli stessi, identici, meccanismi archetipi di paura, rigetto, tenerezza, rabbia, curiosità, e via discorrendo per avviare cambiamenti percettivi, rielaborazioni di realtà e di identità. Ecco perché son corsi ai ripari con una censura senza precedenti: qualcuno sente che gli stiamo fottendo il campo da gioco.

Specchio delle mie brame

Ora però, mettete bene a fuoco: non sto parlando soltanto di cosa credono gli altri, quelli là, il pubblico credulone, gli analfabeti funzionali. Sto parlando di TE – e di me, ovviamente. Sto parlando di come ti senti al sicuro, fuori dalla mischia, perché tu “hai capito” e “non ti lasci influenzare” e guardando quelli che “ci cascano” ti aggiungi qualche centimetro al cazzo. Sì: ti senti il più bello del reame, ma con pudicizia, con modestia, riconosci che sono loro, quelli là, che fanno schifo, non tu che sei splendido.

Non sono diverso

Capiamoci bene, anche per me funziona così, Funziona così per tutti. L’unica differenza è tra chi se ne accorge e chi no. Se non vedete questo processo su voi stessi, state sempre e soltanto giocando allo specchio, senza nemmeno rendervene conto. Non importa quanto intelligenti vi sentiate osservando e disprezzando quelli là. Finché non riuscite a guardare voi stessi, state ancora semplicemente ubbidendo.

E questo è il mio invito: pigliatevi le vostre responsabilità sulla definizione della vostra esistenza, sulla definizione della vostra identità. Altrimenti continuerete a subirla nonostante qualsiasi alibi di una qualche “presa di coscienza razionale”. E se non state decidendo voi in piena consapevolezza chi siete e in che mondo vivete, poco ma sicuro lo sta decidendo qualcun altro.

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