Stanotte ho sognato di uno squalo. Nel sogno, lo squalo fronteggiava un sommozzatore attrezzato con muta e fiocina, e considerava che qualunque fosse l’esito della lotta, lo squalo sarebbe stato il cattivo, il male. Mentre il sommozzatore, vittorioso o sconfitto che ne uscisse, sarebbe comunque risultato il buono, l’eroe della vicenda.
Ciò benché fosse lo squalo a nuotare nel proprio ambiente naturale, invece di travestirsi in modo buffo e introdursi nella casa del sommozzatore. Benché fosse lo squalo a cacciare per proprio istinto e necessità di sopravvivere, e non per decisione o persino capriccio. Benché insomma, fosse il sommozzatore ad aver invaso un terreno non suo, a forzare le regole della propria natura e causare la lotta proprio con tali scelte unilaterali. Naturalmente, nel sogno, l’eccezione era come il mio squalo fosse in grado di ragionare sul senso delle cose, e ragionando la bestia considerava anche come nessuno squalo possieda tale facoltà. E nel mio sogno, lo squalo concludeva che questa è la reale differenza tra esso ed il sommozzatore: sono gli esseri umani ad avere autocoscienza, unici nel proprio genere.
Tale è la natura dell’uomo, che non soltanto violenta ogni contesto cui abbia accesso, ma pretende anche di esserne l’eroe, il centro e insomma il nord della stessa bussola etica. Badate bene: questo processo non cambierebbe di una virgola anche se il sommozzatore evitasse lo scontro, cantasse le lodi dello squalo o facesse mea culpa per l’invadenza umana. Comunque è costui a definire il senso degli eventi, il loro significato ultimo, dove stiano il giusto e lo sbagliato, cosa si debba imparare dalla storia, come sia meglio o peggio valutare le circostanze e quale ruolo debbano aver assegnato i loro protagonisti. Tutto ciò resta facoltà e decisione sempre e solo dell’uomo, mai dello squalo.
E questa è la tragica realtà dell’autocoscienza: non può evitare di forgiare la realtà secondo la propria necessità. Qualsiasi poi sia tale necessità: tanto che consista nel sentirsi un eroico guerriero glorificando il proprio potere o invece nel descriversi un meschino invasore, celebrando un vago amore per l’universo e nutrendo il proprio senso di colpa.
È facoltà e condanna inevitabile dell’essere umano il potere di decidere il senso delle cose, piegandolo costantemente ad assumere un significato che giustifichi il proprio ruolo. Rendersene conto è il passo essenziale per assumersi davvero la responsabilità e il potere sulla nostra vita. Chi non prende coscienza dei processi con cui definisce la realtà e l’identità, ne è inevitabilmente schiavo. Non esistono azioni buone oppure malvagie, esistono rare persone responsabili a fronte di legioni di schiavi ipocriti.