esserci o non esserci

Esserci o non esserci

Categoria:  Articolo

8 Aprile 2022

Una delle correnti del pensiero diffuso nell’orgia inconscia di senso di colpa che le società più industrializzate stanno perseguendo da alcuni decenni consiste nella demonizzazione dell’ego. In questa ottica, soddisfare se stessi diventa derubare qualcun altro, affermare le proprie esigenze diventa danneggiare la società, amare se stessi diventa narcisismo patologico. In sostanza, l’egoismo è dipinto come il male assoluto, l’egocentrismo come una malattia sociale diffusa.

Questa deriva giunge alle sue estreme manifestazioni nella forma di condanna della rivendicazione dei propri diritti, che viene catalogata come “difformità sociale” e criminalizzata come “dissenso”. Ed ecco come la critica, ragionevole e utile, di una eccessiva, superficiale e monadica centratura su se stessi, diventa sacralizzazione del conformismo e della cancellazione identitaria.

Il normale non esiste

Facciamo una premessa logica: la normalità altro non è che una linea mediana basata sulla percezione di gruppo. Tradotto: nemmeno è davvero la maggioranza a definire cosa sia “normale”, bensì la mera percezione della maggioranza. Insomma, se ti faccio credere che tutti la pensano in un dato modo, diventa normale pensarla così. Una operazione che i mass media sono diventati abilissimi a realizzare. Ecco come è accaduto che cent’anni or sono diventasse così rapidamente “normale” denunciare alle SS una famiglia di disperati che si nascondeva in un controsoffitto, ed ecco come è potuto diventare poche settimane fa “normale” poter salire su un autobus, o poter lavorare solo con un lasciapassare a tempo.

Non puoi offrire ciò che non possiedi

Il primo e fondamentale inciampo di questa narrativa sociale è che, come logica evidenzia, non si può offrire qualcosa senza averne possesso. Se ti offro una casa che appartiene a qualcun altro, il mio atto è nullo e si chiama truffa. Come possiamo dunque pretendere di condividere, in ambito sociale, le nostre capacità, il nostro valore, il nostro contributo, senza prima possedere pienamente noi stessi? Questa premessa ci indica quanto importante sia anche socialmente prendere coscienza e dunque stabilire il nostro individuale possesso dei nostri processi, delle nostre esistenze, del nostro valore.

Dentro prima che fuori

Chiunque dedichi del tempo a osservare se stesso, le proprie azioni, scelte, pensieri, scoprirà inevitabilmente quanto spesso ciò che critichiamo fuori di noi riguardi aspetti irrisolti e dolorosi dentro di noi. Gli esempi a riguardo sono infiniti, e basta davvero poco a comprendere questo meccanismo che la psicologia definisce “proiezione”. Proiettiamo sugli altri, fuori di noi, tutto ciò che non sopportiamo o ci spaventa dentro di noi, quelle parti di noi stessi che biasimiamo, rifiutiamo e condanniamo. Ancor di più, abbiamo bisogno di disprezzare gli altri per oscurare la nostra visuale su quegli aspetti dentro noi stessi. In questa ottica, chiunque svolga un percorso di autoconsapevolezza giunge a vedere che ogni pugno tirato a qualcun altro era in realtà un pugno che tirava a se stesso.

Amare se stessi

Riconciliarsi con ciò che dentro di noi cerchiamo di non vedere e riconoscere è la strada maestra per ritrovare l’equilibrio interiore, smettere di cercare fuori di noi colpevoli e responsabilità ed iniziare a riappropriarsi delle nostre esistenze fisiche, mentali e persino spirituali. Quando riconosci in te stesso ciò che odiavi in altre persone, quando ti riconcili con questo dentro di te, smetti anche di odiare fuori di te. Torni finalmente in possesso di te stesso, delle tue decisioni, del tuo valore e quindi, finalmente, sei in grado di portarlo come contributo sociale. Ecco come e perché la riappropriazione della tua esistenza è la base per la costruzione di una vita sociale adulta e responsabile.

Il potere è su noi stessi

La società in cui viviamo immersi ci spinge a giudicare sempre e soltanto fuori di noi: sono gli altri che provocano, irritano, avviano, causano, sbagliano. Tutto sta là fuori, lontano dalla nostra portata. Coerentemente, il potere viene indentificato come la facoltà di imporre ad altri una volontà. Definiamo potente chi può imporre agli altri le sue scelte e decisioni. La semplice realtà è che nessuno può imporre niente a nessun altro: possiamo imporre qualcosa soltanto a noi stessi. Noi siamo sempre liberi, persino sotto la più stringente e oppressiva forma di pressione. Possono puntarti un’arma alla tempia, ma resti tu a decidere di obbedire o disobbedire agli ordini che ricevi. La scelta resta sempre tua.

Focalizzare questo potere, questa forza, ristabilisce l’equilibrio di ogni fattore e rimette tutto al suo posto effettivo. Se qualcuno ti minaccia, quella è stata una scelta sua, che riguarda lui, non te. Persino se ti spara, persino se ti uccide, resta una scelta sua, che riguarda lui, non te. Tua scelta e tuo riguardo – tuo potere – è decidere cosa fai tu stesso. E questo potere è assoluto: tu sei il tuo dio.

Il bene di nessuno

Specularmente, ed esattamente come per il potere, anche le responsabilità sono percepite e rappresentate sempre verso gli altri. Di nuovo là fuori: lontano dalla nostra portata e decisione. La sommatoria di questo processo è l’ascesa del concetto di “bene di tutti”, sacralizzato fino a sganciarsi dal bene individuale e persino a diventarne percettivamente l’opposto, come se le due cose non potessero che essere concorrenziali. Eppure, come può esistere un bene di tutti che danneggia il bene individuale? Il “bene di tutti” è una linea mediana delle esigenze di tutti, per definizione non esiste se non nella teoria, mentre il bene dei singoli individui è reale. Sacrificare il bene individuale, reale, per il bene collettivo, teorico, crea il paradosso assoluto in cui, per il bene di tutti, si può imporre il male a ciascuno. Ecco come il bene di tutti diventa il bene di nessuno, o più concretamente, il bene di chi lo decide per tutti gli altri.

Potere è responsabilità

Il recupero della responsabilità verso noi stessi coincide con il recupero del potere assoluto su noi stessi. Tornando alla situazione estrema presentata poco sopra: responsabilità di chi ti punta la pistola alla tempia è decidere se premere quel grilletto. Potere suo e responsabilità sua, di cui deve rispondere prima di tutto a se stesso. Responsabilità tua, invece è decidere come comportarti. Potere e responsabilità tue, di cui devi rispondere a te stesso prima di tutto. Questo è ciò che nelle nostre esperienze di vita prendiamo esattamente all’opposto, e su cui poi non siamo più in grado di agire: pretendiamo di spostare fuori di noi il potere e la responsabilità delle nostre scelte, delle nostre azioni. Così facendo diventiamo impotenti e sviluppiamo la necessità di una figura genitoriale, una guida, un padre, un esperto: qualcuno che assuma il potere e la responsabilità sulle nostre vite, per conto nostro.

Siamo tutti speciali

Ma se siamo così tanto abituati e a cedere questo potere, come si fa invece a recuperarlo? Abbiamo tutti nozione di persone che crediamo tanto speciali, spesso definiamo grandi maestri, e sono tutti individui che hanno mostrato di fare coincidere il loro potere su se stessi alla loro responsabilità verso se stessi, incidendo così in modo decisivo con il loro mero esempio anche sulla vita degli altri. Persone come Gandhi, o Buddha, o Gesù. Eppure, ciò che loro hanno attuato è alla portata di ciascuno di noi. E la strada per giungervi è semplice. Non occorrono corsi o libri o iniziazioni divine: basta osservarsi con onestà e decisione. Basta fermarsi, ogni volta che riusciamo, e domandarci: cosa sto facendo in questo momento? Cosa mi ha condotto a farlo? A quale mia esigenza ciò risponde?

Questo semplice approccio ci rimette in presenza, ci fa render conto che siamo noi a poter sedere nella cabina di guida delle nostre esistenze, se lo scegliamo. E ci ricorda, ogni volta, che se in quel momento siamo presenti a noi stessi, allora tutto il resto del tempo non lo siamo. Tutto il resto del tempo ubbidiamo a regole che non ricordiamo, perseguiamo esigenze che non scegliamo, cediamo il potere e la responsabilità delle nostre esistenze ad altri. Tutto il resto del tempo, mentre la nostra vita scorre, noi non ci siamo. Quanta parte delle nostre vite dunque ci scorre addosso, senza la nostra reale presenza?

Il formicaio

Messo a fuoco quanto sopra, risulta evidente in quale direzione la società in cui siamo nati ci stia conducendo in modo sempre più esplicito e forzante. Attraverso la demolizione controllata di tradizioni, religioni, culture, economie, garanzie, diritti e persino identità sessuali, ci stanno traghettando verso la perdita di ogni autonomia, di ogni individualità, di ogni potere e responsabilità nei nostri stessi confronti. Verso una totale cessione della sovranità, mentale, fisica ed esistenziale, in favore di entità terze, astratte, teoriche. È la società formicaio, in cui ogni individuo non ha una funzione, bensì è una funzione. In cui tutto si piega all’ottimizzazione del sistema, al suo incessante procedere collettivo. In esso l’ego è il male assoluto, e la sua demolizione è la via verso il futuro radioso deciso dai pochi eletti che guidano la mandria, il gregge, lo sciame. Ed ecco moltiplicarsi le figure genitoriali: le guide, gli esperti, che decidono per tutti, cui tutti abdicano la propria stessa esistenza.

L’offerta del formicaio

Cosa offre il formicaio in cambio di questo percorso di obbedienza? Molte cose. Offre sicurezza, o perlomeno la percezione della sicurezza, attraverso simboli e narrative che, per quanto irreali, rassicurano e anestetizzano i sintomi dell’angoscia esistenziale profonda. Offre grandi comodità, tecnologie sempre più raffinate e godibili. Offre la soddisfazione non solo delle esigenze primarie ma anche il titillamento e il divertimento in ogni sua forma, dai videogames alle serie televisive allo sport vissuto per procura attraverso lo schermo. Ma soprattutto offre la sollevazione sempre più totale dalla responsabilità di decidere qualsiasi aspetto della propria esistenza. Paradossalmente, l’offerta più grande coincide proprio con la sanzione più grande: scegliere di obbedire significa sì cedere ogni potere, ma anche cedere ogni responsabilità.

Esserci o non esserci

Ecco dunque il valore e l’occasione unica che questi tempi, così difficili e dolorosi, ci stanno offrendo. Attraverso tutti questi traumi, questi scossoni percettivi, si aprono per sempre più persone queste occasioni di riconquista della propria esistenza, della propria coscienza, del proprio potere. Ed a livello di specie, quando abbastanza persone maturino questa consapevolezza, si apre inevitabilmente l’era di una società di adulti, per adulti, individualmente responsabili e presenti a se stessi. Una occasione evolutiva dunque primariamente e necessariamente individuale, che nessuno può attuare per qualcun altro tranne se stesso. Recuperare la propria individualità, unicità. Il proprio potere, la propria responsabilità.
Esserci.

Stefano Re
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