Mindfucking – come fottere la mente

Mindfucking

Negli ambienti di lavoro o nei sentimenti, in famiglia o tra amici, al bar come a scuola, c’è sempre chi sta agendo per manipolare la nostra mente. Esistono vere e proprie strategie studiate per ottenere questi risultati, strategie applicate dai più vari soggetti e per le finalità più diverse nel corso della storia del genere umano.

Dagli interrogatori della CIA e del KGB all’Inquisizione, dagli imbonitori televisivi ai guru della new age, dagli addestramenti militari all’influenza dei mass media: richiamo sessuale, terrore, isolamento, ipnosi, uso di droghe, privazione sensoriale, tortura, disorientamento, controllo dell’ambiente, associazione stimolo-risposta: tutti i modi in cui è possibile modificare la percezione della realtà della nostra mente.

Fini politici, religiosi, lo sfruttamento economico o sessuale, o la semplice ansia di potere spingono singoli, enti, apparati statali ad usare questi metodi per influenzare e modificare il pensiero altrui. Un condizionamento le cui tracce compaiono ovunque nella vita quotidiana, mostrandosi nitidamente in condizioni “estreme” come nelle carceri, negli interrogatori di polizia o nella detenzione dei prigionieri di guerra, fino a raggiungere i tremendi parossismi dei gulag sovietici o dei lager nazisti.

Uno studio inquietante e rigoroso, supportato da fonti e sperimentazioni scientifiche ma al tempo stesso facilmente accessibile anche ai profani di psicologia e sociologia, che disegna la mappa dei condizionamenti cui la mente umana può venire sottoposta e le più efficaci strategie per contrastarli.

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Estratti:

» Il paradigma del Vampiro
» Giustificare il crimine
» Politica tribale

 

IL PARADIGMA DEL VAMPIRO
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In conclusione di questa prima parte dedicata all’approfondimento degli elementi e degli studi strutturali del processo di mindfucking, vorremmo mettere in luce un paragone che ci sembra calzare continuamente in tutte le, come vedremo assai differenti, forme di condizionamento mentale. Abbiamo voluto definire questo azzardato paragone con un nome colorito tratto dalla letteratura dell’orrore, facendo riferimento alle caratteristiche della attività di quel personaggio del folklore e della letteratura dell’orrore che è il Vampiro.

In molti racconti popolari, come anche in molta letteratura riferita a questo mito, il Vampiro viene descritto come un essere soprannaturale che vive prosciugando gli uomini della loro vita e precisamente nutrendosi del loro sangue. Della complessa relazione tra il vampiro e la sua vittima il primo elemento che vogliamo qui richiamare è la cosiddetta “legge dell’invito”. Viene sovente fatta menzione di una limitazione che il Vampiro avrebbe nell’aggredire la vittima: egli potrebbe porre in atto la sua aggressione all’interno della casa della vittima soltanto dopo esservi stato espressamente invitato. Questo elemento è stato in molte diverse espressioni letterarie e cinematografiche trasfigurato in una sorta di fascinazione che il Vampiro imporrebbe, in forma principalmente sessuale, nei confronti delle sue vittime. La vittima del vampiro, in un certo modo, cede alle sue lusinghe e si presta al suo abbraccio, pur percependo in varia misura l’esito distruttivo di questa resa.

Riscontriamo la medesima situazione nella fase terminale di ogni processo di mindfucking, che sia esso manifestamente lesivo o meno del soggetto. Di fatto anche nel caso di processi di condizionamento miranti all’annullamento mentale e persino fisico della vittima le tecniche di lavaggio del cervello vertono non sulla distruzione ma sulla adesione da parte della vittima. Il processo di mindfucking non può distruggere una mente, né modificarla in alcun modo se quella stessa mente non gli si concede volontariamente. Le tecniche che abbiamo analizzato e visto organizzate in programmi strutturati, e che vedremo all’opera nelle specifiche applicazioni trattate nella seconda parte del libro, sono tutte mirate a suggerire, innescare o forzare questa resa. Dopo la resa, altre tecniche possono venire applicate per approfondire il mutamento, o fissarne gli effetti nel tempo, o per distruggere completamente la mente della persona aggredita. Ma prima di poter affondare i canini, questo particolare Vampiro deve venir invitato ad entrare nella mente della vittima.

Un altro elemento di contiguità tra il mito del Vampiro e la sua modalità di aggressione nei confronti delle proprie vittime riguarda le connotazioni della figura vampirica: la sua irresistibilità, la sua necessità di agire nelle tenebre e la maggiorazione del suo potere dovuta al terrore in cui le sue vittime vengono a trovarsi. Tutti questi elementi raffigurano simbolicamente aspetti fondamentali del processo di mindfucking: il potere smisurato e non contrastabile dalla vittima, che deve sentirsi vulnerabile, alla mercé di forze a lei superiori e dotate di poteri misteriosi nelle loro manifestazioni e finalità; la mancanza di informazioni e conoscenza dei processi di condizionamento stessi (le tenebre vampiriche); la debolezza della vittima resa vulnerabile dal terrore ispirato dal processo stesso.

Allo stesso modo le forme di resistenza o contrasto del Vampiro richiamano dappresso elementi e strategie di difesa rispetto alle forme di condizionamento mentale: la capacità di una fede (o della tradizione) nel limitarne l’attività, la possibilità di individuare il vampiro durante il giorno e di distruggerlo esponendolo alla luce. La fede o le tradizioni sono infatti vere e proprie “rocce” contro cui la vanga dell’inquisitore si arresta, e maggiore sarà la resistenza quanto maggiormente le forme di fede o tradizione siano radicate nell’individuo. (si noti che tali formazioni rocciose sono a loro volta risultati di efficaci processi di condizionamento mentale precedenti). Allo stesso modo, il miglior contrasto possibile dei processi di mindfucking consiste nello studiarne e riconoscerne gli elementi e le strategie e (per i casi in cui il condizionamento sia subdolo) nell’individuare con certezza il soggetto che sta cercando di condizionarci (scoprire la tana del vampiro ed esporla alla luce). Ad ultimo, il processo stesso viene spesso annullato nei suoi effetti più terribili proprio nel momento in cui la vittima ne focalizza gli elementi ed i responsabili (il vampiro esposto alla luce si incenerisce).

Un ultimo appunto riguarda una ulteriore similitudine che il processo letterario di vampirizzazione supporta rispetto alla applicazione di tecniche di mindfucking. Si tratta dell’ambiguo e difficile argomento della voluttà connaturata alla resa. Meerloo ne ha accennato più volte nella sua descrizione del “patto masochistico” (sez. 1.2.11) e ne è stata fatta osservazione anche nella trattazione dei Doppi Legami (sez. 1.2.20.1). Di fatto la resa incondizionata, l’offrire la propria vita a chi temiamo abbia cattive intenzioni risulta un concetto difficilmente assimilabile al ricavo di qualsivoglia sorta di piacere. Eppure è testimoniato che proprio di fronte alla rinuncia a qualsiasi difesa, alla capitolazione totale di fronte al “nemico” sia fisiologico l’insorgere di una sensazione di euforia e desiderio che spesso assume connotazioni sessuali. Che si tratti di una identificazione “perversa” con la “resa” sessuale di fronte al corteggiamento o di una forma di gratificazione che segue alla perdita della responsabilità della lotta e alla cessazione del dolore che dalla lotta era intensificato, o ancora che si configuri nella accezione di Meerloo in una ricerca di espiazione e punizione interiore del lato rimosso e biasimato di noi stessi, di fatto esiste un fattore di appagamento legato alla resa. Torneremo ad affrontare questo spinoso argomento nella terza parte del libro.

© Stefano Re 2002

 

GIUSTIFICARE IL CRIMINE
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Altrettanto utile risulta cercare di assumere il punto di vista del criminale, seguire il corso dei suoi pensieri e le sue interpretazioni dei fatti. In questo modo risulterà facile fornirgli un mezzo per salvare la faccia e dargli anche delle motivazioni razionali accettabili che giustifichino almeno ai suoi occhi gli atti compiuti. Ciò gli permette di parlare del crimine con maggiore facilità. Ancora l’agente Douglas racconta il metodo assai originale tramite cui durante una intervista in carcere riuscì a convincere un criminale restio a discutere con lui i dettagli del macabro crimine per cui stava scontando la pena. Ecco il brano, in cui abbiamo per comodità chiamato X il carcerato.

Poiché X continuava ad ignorarci, mi rivolsi al suo accompagnatore (un funzionario delle carceri, N.d.A.). Cominciai quindi a parlare come se X Non fosse presente.
“lo sa cos’ha fatto il suo amico? Ha fatto fuori otto fighe. E alcune erano davvero notevoli. Ha liquidato otto bei culetti che ci avrebbero proprio fatto un gran comodo. Le sembra giusto?” (..)
il consulente mi rispose a tono, e la nostra schermaglia si protrasse per un po'(..)
Dopo averci ascoltato per qualche minuto, scuotendo la testa e ridacchiando X disse: “Siete pazzi, deve essere ben sottile la linea che mi separa da voi”.
Allora mi rivolsi a lui: “Come diavolo hai fatto a scoparne otto in una volta sola? Cosa mangi a colazione?” X ci guardò come se fossimo dei babbei creduloni. “Non le ho scopate tutte. Questa storia è stata gonfiata. Una soltanto.”
“Quella sul divano?”
“Già.”

Naturalmente Douglas sapeva perfettamente come si erano svolti i fatti. Quello che voleva sapere era come li considerasse il criminale stesso. Mantenendo il dialogo su un tono sgradevolmente equivoco e brutale, fu possibile scoprire molti aspetti del crimine commesso dal punto di vista del criminale, il che sarebbe in seguito risultato assai utile nel realizzare strategie efficaci per contrastare crimini simili.

Nel corso dell’interrogatorio di un sospettato per crimini sessuali, ad esempio, risulta particolarmente efficace la strategia di insinuare che la colpa, in qualche modo, sia stata della vittima e delle sue provocazioni, reali o immaginarie. Un simile suggerimento permette al criminale di sentirsi giustificato e compreso, allevia la sensazione di responsabilità sugli atti commessi e può sbloccare la sua necessità di confidarsi e raccontare lo svolgimento dei fatti.

© Stefano Re 2002

 

POLITICA TRIBALE
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Uno degli aspetti più sconfortanti nello studiare i meccanismi di mindfucking è quanto diffusa sia la nozione di “libertà di pensiero” nei seguaci di questo o quel movimento culturale, credo religioso o attivismo politico. In specie, in Italia si verifica un peculiare meccanismo di contraddizione politica che, citando il leader storico del Movimento Radicale italiano, Marco Pannella, definiremmo “tribale.” Le caratteristiche tipicamente condizionanti della politica tribale possono venire così riassunte:

• Informazione pilotata

L’informazione viene continuamente interpretata. Ogni area politica mantiene e cerca di allargare influenza sui mezzi di comunicazione, giornali, reti televisive e in particolare sui telegiornali. In queste sedi l’informazione viene continuamente raffinata, seguendo le forme della palese “preferenza” o la più subdola strategia della finta neutralità. Notizie ed eventi sono sempre messi in luce secondo necessità politiche di parte, e naturalmente l’informazione “gestita” dalla parte opposta viene denigrata, squalificata, considerata mera menzogna. I dati di fatto non hanno più pertinenza in sé, ma assumono rilevanza solo nell’ottica di favorire la propria area politica o osteggiare la parte avversa.

• Altri veicoli

Oltre alla diretta influenza del sistema informativo, le parti politiche utilizzano altri veicoli per condurre la loro “guerra” contro la parte avversa. Il veicolo della satira e della comicità, ad esempio, è largamente e scientemente utilizzato per introdurre come “dati di fatto” o “opinioni comuni” delle tesi, delle impressioni o dei giudizi di tipo politico. Altre fonti di manipolazione del pensiero pubblico sono ovviamente gli apparati statali e privati che si occupano di educazione, ma anche gli apparati giudiziari e i sindacati. Ogni forma associativa permette un ampio potere di manipolazione del pensiero, e a seconda che l’apparato nel suo complesso conti maggiore o minore presenza di sostenitori di una area politica definita quel sistema aggregativi diverrà cassa di risonanza e di diffusione del messaggio di sostegno “tribale”. Per questo motivo i cambi al vertice spesso provocano allarme e disagio: un cambio di linea ai “piani alti” di una organizzazione si scontra necessariamente con il radicato processo di mantenimento della “fedeltà” tribale.

• Demonizzazione dell’avversario

L’avversario politico, la sua persona fisica, le sue ideologie di riferimento, la sua professionalità e ogni aspetto della sua esistenza vengono attaccate anche aldifuori del piano politico. Le accuse variano timbro e registro, ma l’attacco è assoluto. L’avversario politico è insultato, deriso, considerato al tempo stesso scaltro e stupido, abile nel fare danno e incapace di concretizzare alcunché di positivo. Questo meccanismo provoca una profonda divisione non soltanto nei diretti sostenitori delle aree contrapposte, provocando la necessità di “schierarsi” in difesa del personaggio attaccato o al contrario avvallando le accuse mossegli. L’informazione pilotata impedisce al pubblico di ottenere notizie affidabili, gli eventi perdono “realtà” e non esistono punti di riferimento precisi su cui costruirsi una opinione indipendente dalla politica “tribale:” pareri e opera di studiosi, intellettuali, medici o psicologi non dimostrano nulla, poiché essi restano validi solo se corroborano la tesi della propria parte politica e mentono o sbagliano se corroborano la parte avversa. Lo stesso giudizio delle corti dello stato perde ogni credibilità: i giudici sono corretti ed equilibrati solo se le loro conclusioni sono favorevoli alla propria tesi o parte politica, diventano corrotti e venduti quando il loro operato o le loro conclusioni sono favorevoli all’avversario. Di conseguenza le accuse mosse perdono ogni coerenza e necessità di riprova o affidabilità: esse diventano mere quisquilie, strumenti dialettici privi di sostanza “verificabile”. Il “nemico” è considerato di per sé reo di esistere.

• L’errore continuo

Uno dei meccanismi più affascinanti – e sotto certi aspetti grotteschi – della politica tribale consiste nella continua accusa di errore portata alla parte politica avversa. In nessun caso essa può fare qualcosa di corretto o condivisibile. Qualsiasi cosa affermi o metta in atto è sbagliata, irrealizzabile, dannosa. Persino quando un atto provoca innegabili vantaggi essi sono temporanei, ottenuti a costi inutilmente elevati o portano vantaggi personali ai componenti della parte politica avversa e pertanto sono il risultato egoistico di chi mira ai propri interessi e non realizzato nel bene del paese. Questo meccanismo di continua accusa contrapposta riduce la diatriba politica ad un mero ripetersi della medesima scenetta grottesca: la maggioranza – di qualsiasi colore sia – ha realizzato ho annunciato questo: l’opposizione contesta che è un errore, la maggioranza ribatte che l’opposizione parla senza cognizione di causa e così via. Questo schema è talmente quotidiano, identico e ripetitivo da togliere ogni interesse, credibilità e validità ad ogni accusa e ad ogni risposta. Ciò che rimane nell’opinione pubblica è la riconferma che la propria tribù porta avanti le sue (giuste) linee politiche e la parte avversa persevera nell’errore.

• Accusa reiterata (ripetizione)

Uno strumento di mindfucking molto usato nella politica tribale è la continua ripetizione di una accusa precisa, con o senza basi dimostrabili. L’accusa può essere di avere avuto legami con la mafia, o con stati e apparati antidemocratici, di frodare il fisco, commettere o aver in passato commesso altre azioni illegittime. Il continuo ripetersi e rimbalzare della accusa rendono la accusa credibile in sé, acquisendola per così dire nel corpus del sapere sociale su una data parte politica o su un preciso personaggio. Questo “etichettamento pilotato” ritorna assai utile come strategia di radicalizzazione del conflitto, diventando una arma efficace in ogni contrasto polemico, che abbia o meno alcuna pertinenza con l’accusa in sé.

Questi ed altri meccanismi di influenza vengono continuamente adoperati, e possiamo facilmente notarli all’opera quotidianamente. Gli effetti immediati sono da un lato una necessità di schieramento, che impedisce alle persone di costruirsi una posizione indipendente e solida, dall’altro la effettiva impossibilità di un confronto coerente con tesi e programmi della parte politica avversa, di cui ogni aspetto viene squalificato per principio.

In merito alle leggi, agli indirizzi e alle scelte politiche viene completamente a mancare una pacata e consapevole riflessione, e la scelta politica si riduce ad una fedeltà emotiva di base, che trattiene il cittadino in una area politica e vincola il suo sostegno ad un partito su basi emotive e non logiche o razionali. Le persone votano e sostengono una area politica perché “gli avversari sono inaccettabili.” In un ipotetico sistema politico sano, le persone informate sulla realtà dei fatti, sui programmi e sulle personalità candidate dagli schieramenti politici decidono con logica e cognizione di causa a chi dare il proprio voto e sostegno, valutando poi con critica e lucidità l’operato che un governo mette in atto nella durata del suo mandato. Proprio questa valutazione critica permette in seguito di riconfermare la fiducia a quella parte politica o di modificare orientamento ove si ritenga che un altro schieramento possa fare meglio. Ma dove sia impossibile reperire informazioni affidabili, dove la stessa informazione sia continuamente pilotata e squalificata, dove l’attacco politico sia talmente acceso da scatenare reazioni emotive anche feroci e tutti i contendenti dichiarino guerra gli uni agli altri, è ovvio che gli elettori si trovino in una condizione di assoluta mancanza di lucidità. In questo marasma le uniche certezze giungono nell’affidarsi ad orientamenti politici “storici” di riferimento, basati su legami affettivi o scelte adolescenziali, oppure nel compiere una scelta basandosi sulla maggiore o minore “gradevolezza” del messaggio di una parte politica. Quali che siano le motivazioni di una scelta di campo, essa viene poi cristallizzata dal continuo attacco degli avversari, dalla completa squalificazione degli elementi di autocritica, dalla sensazione di lotta che radicalizza le posizioni e costringe tutti a sostenere incondizionatamente la propria parte contro quella avversa, anche in assoluto spregio di valori, contenuti e credibilità delle proprie posizioni. Il cittadino si trova quindi a fare parte della propria tribù politica, a subire gli assalti furibondi (e naturalmente menzogneri) dello schieramento opposto e a identificarsi con i propri leader in una sorta di eroismo artefatto. Abbandonare questo sostegno diventa un atto immorale, un tradimento sleale verso se stessi sul piano emotivo. La propria area politica diventa una tribù.

L’incertezza sulle informazioni, la scontatezza della continua squalificazione delle idee altrui si lega ad una forte componente emotiva di malintepretata “lealtà politica”. La vera vittima di questo imbastardimento della politica è, significativamente, il pensiero critico consapevole delle persone.

© Stefano Re 2002

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