Isole

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I miei pensieri. I miei pensieri si rincorrono da soli, trovano ogni risposta e poi la perdono per il gusto di ritrovare la domanda. È buffo: credevo di essere diventato insensibile, poi ho capito. Quello che provo sono sentimenti, ma non emozioni. Provo rancore, ma non rabbia; dispiacere, ma non dolore; contentezza, ma non gioia – e via così. Le emozioni sono finite bruscamente in me, da un giorno all’altro, come girando un interruttore. Ho raggiunto il mio limite, forse l’ho persino sorpassato, e ora sento soltanto dentro, sotto, in fondo all’anima, senza che il fuoco raggiunga la superficie. Nei miei fiumi di follia carsica è passata troppa furia, troppo a lungo, troppo e basta. Ho sempre avuto il cuore di un bambino, che si fida, che grida di felicità per un sorriso e sprofonda nell’angoscia per un broncio. Ho tenuto al guinzaglio il mio cuore per decenni, l’ho lasciato andare solo quando ormai non avevo più nulla da cui difendermi – tranne me stesso. Sapevo che si sarebbe scatenato, sapevo che mi sarei fatto male, ma non mi importava: anche questo va fatto, anche questo va vissuto.
È stata dura risalire in superficie, specie per chi poi di stare a galla non ha nessuna intenzione. Intendiamoci, non che preferisca sprofondare. È solo che non vedo motivo di far tanta fatica: io non ho niente da dimostrarmi. Come che sia, a galla son tornato, l’abisso mi ha guardato dentro tanto a lungo che è diventato me, e nel mio giardino fiorisce quel che decido, fiori velenosi inclusi. E così le mie emozioni se ne sono andate in pensione. Dicono che nessun uomo è un’isola. Forse non sono un uomo.
Ho vissuto ogni genere di minuto. Minuti che corrono, minuti infiniti: me li sono lasciati dietro. Ho perso il senso del tempo, o forse lui ha perso me. Non so che ore siano, che giorno sia. So che è notte perché fuori dai vetri la nebbia è illuminata dai lampioni, tutto qui. Mi basta. Non mi serve il tempo, può andare dove gli pare. Non ho fretta, non me la prendo comoda – soltanto ne sto fuori. Vi lascio gli orologi, i calendari, le sveglie e le agendine. Guardo nello specchio aspettandomi un vecchio, vedo un ragazzino. Il tempo non vuole accompagnarmi, è rimasto indietro e non riesce a raggiungermi. E tutti questi film.
Mi sveglio ed è notte. Mi alzo dal letto mentre gli altri ci entrano, do il cambio al mondo che ho abbandonato e mi immergo nelle mie tenebre. Sapete perché il buio fa paura? Perché non sai mai che cosa può esserci dentro, in agguato. Beh, a me non fa paura: io so che cosa c’è dentro, in agguato.
Ci sono io.

Stefano Re
Milano, agosto 2010

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Estratti da Isole:

» Teschio e Tibie
» Orgia lagunare
» Pulendo Casa
» Mezzeria
» L’impegno di un sorriso
» Rivelazioni

 

TESCHIO E TIBIE
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Isole - Teschio e Tibie

Lei ha quindici anni e porta quei jeans che sembrano i mutandoni del nonno, quei jeans che non è che hanno la vita bassa, proprio non hanno la vita. Li porta a metà culo che si vedono le mutandine rosa stinto e le chiappette sode e pallide da quindicenne prendono il venticello autunnale mentre cammina lungo il marciapiede fino a casa di lui. Lei ha quindici anni e cammina strascicando i piedi, come se portasse i pattini e non scarpette da ginnastica col logo strappato. Cammina come se il mondo potesse pure smettere di girare che a lei manco di striscio. Cammina lungo il marciapiede e alla fine è arrivata. Sul citofono non c’è un nome. Non c’è nemmeno un numero, c’è un adesivo con teschio e tibie. Fico, da pirata, fico.

Citofona sul teschio, tre volte.

– Oi, sono io. Ce l’hai?

– Ce l’ho, sali.

Il pirata è in casa. Il pirata è in casa sua e gli manca la benda sull’occhio ma ha le braccia lunghe e vene azzurre azzurre in rilievo sulle braccia nude col tatuaggio maori sull’avambraccio. Ha anche una spada. Una spada vera, giapponese, col manico e tutto. Una volta ha detto che l’ha usata per uccidere uno, ha detto che l’ha prima infilzato come un pollo allo spiedo e poi l’ha fatto a tocchetti, ma lei crede sia una balla fatta e finita.

– Dio che casino casa tua. Come fai a trovare le cose?

– Trovo tutto quello che devo trovare.

(…)

© Stefano Re 2015

 

ORGIA LAGUNARE
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Isole - Orgia Lagunare

È vivo, è ancora qui. E allora deve ballarci dentro, cazzo.

Questo weekend. Venerdì sera ha scritto ad una coppia in una messaggeria. Cercavano un terzo per lei, Il marito sottomesso, ombre sadomaso che ghignavano tra le righe. Non aveva mai dato spazio a queste cose. Lui il sesso lo costruiva su emozioni, feeling, tempi. Non ci correva sopra. Ma è qui, è vivo, è morto e deve fare qualcosa. Violentarsi, forse. Ha scritto alla coppia, hanno risposto. Telefoni, fotografie, treno. In treno ha conosciuto una ragazza francese. Bella, simpatica, sensibile. Gli ha chiesto cosa andava a fare a Venezia. Le ha detto: la cosa più matta della mia vita, credo. Dopo aver parlato per un’ora di metacomunicazione e storia del cinema e tristezza dei quadri le ha detto ridendo che cosa andava a fare a Venezia. Lei rideva, occhi che brillavano. “Bello” ripeteva. Le ha chiesto se voleva venire anche lei. Ha detto di sì.

Venezia, laguna fuori dalla finestra. La coppia: lei, occhi che mandavano scintille, bionda e sexy e magra come un cadavere. Il marito, schiavo, nudo in ginocchio. Lacci e collare e polsiere e mollette, cera e frustino. Già visto, già vissuto, ma aveva sempre chiesto tempo a se stesso e feeling a tutti per entrare in questo. Non stavolta: stavolta si è violentato. E gli è piaciuto. Lei che glielo succhiava, insultando lo schiavo, lui che suggeriva nuovi modi di umiliarlo. Lei che rideva. Lui che spiegava allo schiavo quanto era sacro, perché il piacere della Padrona passava attraverso di lui. Lui e lei che facevano sesso, frustavano lo schiavo, lo penetravano con candele, versavano cera calda sul suo corpo nudo, gli facevano leccare i loro succhi.

La francese li ha raggiunti con un vecchio marpione. Le due donne, come un film porno. Il vecchio che si metteva in mezzo, lui che guardava, ma non partecipava. La francese, bellissima. Le ha baciato un labbro, con tutta la dolcezza che possiede, mentre lei veniva sotto la lingua dell’altra donna, mentre il marpione la toccava dietro. Il marpione, – Scopatela, non ti piace? Scopatela. Lui ha scosso la testa, ha sorriso. Non è un tuo regalo. Non è così che la voglio. Lingue e chiappe e tette ovunque e lui fumava e sorrideva e il suo pisello ballava un rock pesante nei pantaloni in pelle. Dopo, mentre tutti si riprendevano con sigarette e lo schiavo cucinava orate al forno, dopo, ha cercato la francese. Seduto di fianco a lei, mentre il marpione ci tentava senza successo con la Padrona. Lui e la francese. Seduto e prendendole la mano, perdendosi negli occhi. Minuti come secoli, mentre la amava con lo sguardo. Le ha sfiorato le labbra con un bacio. Non c’era più nessuno, lì, oltre a loro. La laguna, fuori, tratteneva il respiro. E lui non era più (un attimo, ma che attimo) solo.

Erano pronte le orate.

(…)

© Stefano Re 2015

 

PULENDO CASA
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Isole - Pulendo Casa

C’è sempre tanto da fare.

Passa lo straccio sul ripiano della cucina, dopo aver spruzzato lo sgrassatore. Passa lo straccio sul ripiano e pensa che sì, sembra pulito. Ma è pulito? Una nuvola sul piano cottura e poi via, le griglie nel lavabo e poi i fornelli, uno per uno, da ripassare dopo con la spugna abrasiva, ma quella leggera, che non graffi lo smalto. Dare il tempo al prodotto di sciogliere il grasso – eppure non c’era grasso, nessuna traccia di grasso su nessuna griglia e su nessun fornello – e intanto una passata con lo straccio pulito sul ripiano, che sembrava pulito, ma era pulito? Occorre saperle fare le cose. La cucina splende finalmente. Le antine riflettono il sole del mattino e i fornelli e i ripiani e il lavabo d’alluminio è stato asciugato e non ci sono graffi né ombre da nessuna parte, quindi può passare al soggiorno.

C’è da fare la polvere, la polvere per prima cosa. Sta facendo la polvere quando il telefono si mette a squillare. Chiamano sempre quando stai lavorando, e lei preferisce lasciarlo suonare, perché alla fine desistono, desistono tutti. Il trillo continua e lei pensa dovrei staccarlo, dovrei staccare quel telefono, ah sì dovrei staccarlo e prima o poi lo faccio. Chiamano sempre quando stai lavorando. Tutti questi ragazzi. Mia figlia è una brava ragazza, non dovrebbe avere attorno tutti questi mosconi una brava ragazza. Dove ero rimasta? Guarda il panno nella mano destra, senza vederlo. D’improvviso lo sguardo le si era annebbiato, velato di polvere o forse di paura, restava immobile in piedi nel soggiorno. Poi si scuote, la polvere, la polvere, va sempre fatta la polvere per prima cosa.

Il bagno, ora. Il bagno è sempre qualcosa di speciale. Con la spugna azzurra, tutte le superfici di formica azzurrata, una per una. Poi la specchiera, col prodotto per i vetri. Un passaggio per pulire e poi un panno lindo per togliere gli aloni. Occorre saperle fare le cose. Qualcuno sta suonando il citofono. Eh no, stavolta no. Questo è troppo. Saranno testimoni di Geova o qualcuno che vuole vendermi qualcosa. Con tutto quello che c’è da fare. La spugna verde. La spugna verde è per il lavabo e le pareti della doccia. Uno fa la doccia e poi non pulisce le pareti, quelle diventano opache e poi sporche e non si tiene così una casa. Vanno asciugate le pareti della doccia, e vanno tenute pulite. Il fondo della doccia, togliendo il tappetino di gomma antiscivolo, che evita che si caschi nella doccia e ci si rompa la testa. Ci si rompa la testa come un melone maturo, come un martello che rompe un melone, coi pezzi che cadono sulle lenzuola e il sangue nero che vola dappertutto. Non gridare. Non gridare. Non gridare. Ora passa. È passato. Basta evitare di respirare per qualche secondo. Basta trattenere il fiato, come quando ti viene il singhiozzo. Basta trattenere il fiato in gola per qualche secondo e passa.

(…)

© Stefano Re 2015

 

MEZZERIA
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Isole - Mezzeria

È un pomeriggio soleggiato e primaverile di un giorno imprecisato e lui è più vicino ai venti che ai trenta. Sta guidando una Uno bianca diesel carica di quadri e di birre. Sta portando i quadri in uno strano edificio ottagonale dove si apre la sua prima personale ed è mediamente brillo. Dal mangianastri Sting strimpella a tutto volume il suo sogno di tartarughe blu. Le strade sono vuote come a ferragosto e sta svoltando in un viale alberato a carreggiata unica e una sola corsia per senso di marcia. Non è che vada forte, ma la macchina è vecchia, non ha servosterzo, è carica di quadri molto grossi e pesanti e imballati alla meno peggio e il treno ruote è tutt’altro che bilanciato. Ha una Bud nella mano destra e una sigaretta nella sinistra ed è pure in ritardo, fatto sta che prende una curva un poco larga e la Uno finisce appena troppo vicino alla linea di mezzeria.

In mezzo alla strada, a cavallo della linea di mezzeria, c’è un barbone. Non che sia tanto vicino da rischiare di metterlo sotto, intendiamoci. Corrono almeno cinque o sei metri tra loro, e lui sta andando abbastanza piano. Ma sta anche sbandando, il barbone sta camminando in mezzo alla strada e così per qualche secondo si trovano proprio di fronte. Quando l’ha visto, tutto s’è fermato per un attimo, e lui può osservare ogni dettaglio in modo lucido e preciso – tanto che ne terrà per sempre un ricordo perfetto.

Il barbone porta un impermeabile dal colore indefinibile, leggero e aperto, e cammina a gambe un po’ larghe, le mani allungate sui fianchi in modo indolente. Ha i capelli lunghi, pettinati all’indietro, che gli si aprono a ventaglio attorno al collo. Ha un pizzetto a punta. E ride, con occhi che sembrano infuocati. Il sole filtra tra i rami degli alberi ai lati del viale e l’aria sembra densa che potresti toccarla. Per un attimo le note di Sting diventano tangibili, come veleggiassero in ogni direzione nell’abitacolo della Uno – e lui davvero non ha bevuto più di un paio di birre fino a quel momento. Comunque la macchina è tutta storta, i raggi del sole sono tutti storti, la musica di Sting è tutta storta, anche lui è storto mentre cerca di domare il volante senza servosterzo. Il barbone è l’unica cosa perfettamente diritta, ma a lui sembra ballare al ritmo del jazz di Sting e sogghigna con quello sguardo folle diritto nella sua faccia attraverso il parabrezza e l’aria densa di sole e note.

(…)

© Stefano Re 2015

 

L’IMPEGNO DI UN SORRISO
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Isole - L'impegno di un sorriso

Se lo era chiesto almeno un milione di volte. Allo specchio, davanti ai fornelli, sudando in palestra, specchiandosi distrattamente nelle vetrine in cerca di una borsetta che non esisteva proprio, ma la domanda sì, quella sì, quella sempre. Non che non sapesse la risposta, ed era questo – questo era – era questo il lato peggiore. A che serve rifarsi la stessa domanda quando la risposta è già stata denudata, quando è già chiara vivida e bruciante al centro dei tuoi occhi? Eppure, rieccola, sempre lì.

- te lo sei mai chiesto, tu?

- beh certo, penso che tutti se lo domandino prima o poi

- e pensi che sia normale?

- ma cazzo sì, uno se lo domanda ma prima o dopo però credo che uno lo capisce, no?

Stupida, stupida, a parlare con una amica. Lei lo sa che non poteva capire – lo sa che non ci sarebbe mai arrivata, e sa anche che cosa le avrebbe risposto. La condanna di vedere oltre le cose non è un male curabile, nessun vaccino, nessuno sconto: finché morte non ci separi. Ma sono molte le cose stupide che lei fa, ne colleziona una infinità. E ci si impegna pure, perché pensa che forse se si impegna abbastanza potrebbe anche crederci, alla fine. Tutti ci credono, alle bugie che si raccontano l’un l’altro e da soli. Perché lei no? Perché non dovrebbe? E ci si impegna, a crederci. Ci tenta, ci lavora, ci spera così disperatamente che lo rifà un’altra volta, la stessa mossa stupida, stavolta a letto, con lui, dopo il sesso.

- tu lo sai?

- certo che lo so, ma mica te lo dico.

E sorride, l’idiota. Anche lei sorride di rimando, con impegno. E pensa cazzo no, no: NO. Non hai capito niente, non hai mai capito niente, e neppure ora, e io lo sapevo, capisci? Sapevo esattamente che cosa avresti detto, forse non la battuta precisa ma una vale l’altra quando te le ho sentite fare su ogni cosa – e dio quanto ti senti fico a sparale, le tue battutine sceme. E sapevo che non avresti capito la domanda, sapevo che non avrei dovuto fartela ma sapevo anche che lo avrei fatto lo stesso. Lo sapevo, e so che non sono come te, non sono come gli altri, e nessuno di voi se ne accorge, cazzo. LO SAPEVO e mi odio per questo.

(…)

© Stefano Re 2015

 

RIVELAZIONI
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Isole - Rivelazioni

Mettiamo una giornata d’estate, con questo spicchio di muro trasformato in una sorta di santuario personale – con queste immagini e scritte che si alternano con colori, frasi, poesie, disegni, quadri. Se restate a osservare per qualche minuto, vedrete la foto di qualche papa santificato che ha ammazzato a martellate la propria amante, leggerete le riflessioni di Dino Buzzati sulla stranezza della vita, le emozioni di qualche giovanotto innamorato e qualcosa di piccante magari sul sesso alternativo. Un sito web all’aperto, raggiungibile lungo il viale alberato che porta al parco.

Mettiamo questa giornata di sole, con studenti e coppiette e qualcuno che porta a spasso il cane tutti a godersi la pace sonnacchiosa e mettiamoci anche lui, lì in piedi a fare assolutamente nulla. Quel sito web all’aperto è suo, lo ha fatto lui, se ne sta beando perso nel suo transfert narcisista. Questa ragazza ha i capelli biondo scuro raccolti in una coda di cavallo, una tuta da ginnastica grigia e blu e l’aria impacciata ma soddisfatta di chi ha appena percorso qualche miglio nautico avanti e indietro per il bene della propria forma fisica, ma soprattutto mentale. Rallenta il passo, un po’ indecisa, e osserva con gesto consueto le immagini rutilanti e le scritte. Ora c’è la foto di Beethoven, ora c’è quella di Alexander de Large. Una frase dei Pink Floyd, una poesia qualsiasi, sua.

Gli dice: – Sei tu l’autore, sei quello che lo ha fatto, vero? Annuisce, osservandola.

– Ti ho riconosciuto dalle foto.

Silenzio, mentre le immagini variano. Ora c’è una scimmia che legge Nietzsche. La didascalia dice “Anche una scimmia può leggere Nietzsche, questo non significa che possa capirlo.” E’ una citazione, ma non vogliamo chiedere troppo.

– Lo guardo sempre quando passo. Ma non ho mai ben capito di che cosa parli.

– Ti piace?

– Si, ma di che cosa tratta?

Si prende un attimo per respirare. Le dice:

– Una persona cammina per la strada e ne incontra un’altra. La guarda e le chiede: chi sei? Come rispondi a questa domanda? Un nome, basterà? Età, statura, colore degli occhi e dei capelli, gusti nel vestire, tipo di musica che ascolti, opinioni politiche sarebbero meglio? Ma come fai a spiegare l’effetto che ti ha fatto uno spinello a tredici anni o il rumore di un parabrezza che esplode nell’urto o il dubbio se quel gemito era piacere o dolore o lo sguardo di rimprovero di tua madre per quel gesto o la gioia feroce nel vedere quel sangue in terra o le vibrazioni del motore della prima motocicletta o l’acqua salata in bocca mentre stavi affogando in mezzo metro di Mar Ligure? E tutto questo, fosse possibile schiaffarlo tutto in due belle battute di pronto scambio, basterebbe a dire chi sei?

(…)

© Stefano Re 2015

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